Doping, gli hacker inguaiano Sir Bradley Wiggins

LONDRA – Bradley Wiggins in carriera ha portato a casa, fra le altre cose, un Tour de France e 8 medaglie olimpiche, di cui 5 d’oro. Un fuoriclasse, dunque, che si è sempre vantato di essere l’alfiere di una nouvelle vague ciclistica di stampo “british”, dove i corridori, a differenza di quei notori truffatori di italiani e francesi, sono moralmente irreprensibili.

REPUTAZIONE – Ora, però, come inevitabilmente accade a chi troppo si loda, Wiggins rischia di imbrodarsi. Un gruppo di hacker, presumibilmente russi, ha fatto irruzione nel database della Wada (l’Agenzia antidoping mondiale) e sta facendo filtrare giorno dopo giorno nuovi documenti che rischiano di compromettere la credibilità e la reputazione di molti atleti. Tra questi, appunto, Sir Bradley. Che, come altri, ha fatto uso di sostanze proibite grazie ai cosiddetti TUE (therapeutic use exemptions), vale a dire esenzioni a scopo terapeutico concesse della Wada a sportivi che abbiano condizioni mediche preesistenti, ma l’ha sempre tenuto nascosto, a differenza del collega Chris Froome. Dai documenti pubblicati sul sito russo Fancy Bear, esce fuori come Wiggins abbia ottenuto l’autorizzazione a utilizzare il triamcinolone – la stessa sostanza proibita alla quale Lance Armstrong venne trovato positivo al Tour 1999 e per la quale l’americano ottenne un Tue retroattivo – prima dei Tour 2011 e 2012 e prima del Giro 2013. Una circostanza che era ignota ai più, visto che la Wada tiene segreti per motivi di privacy i nomi degli atleti che usufruiscono di esenzioni e visto che Wiggins non ne aveva mai parlato.

AGHI – Il colpo alla credibilità di Wiggins risulta ancora più duro se si pensa che nella sua autobiografia, pubblicata nel 2012, il 34enne ciclista britannico non solo non parla mai dei Tue in questione, ma si spinge oltre, aggiungendo come prova del suo essere pulito la sua avversione agli aghi: «Nel ciclismo britannico – scrive Wiggins – c’è sempre stata questa politica del no alle siringhe. È qualcosa con cui sono cresciuto come corridore. Non mi sono mai fatto un’iniezione, a parte quando sono stato vaccinato e le poche occasioni in cui mi è stata fatta una flebo». Un portavoce di Wiggins ha cercato di porre rimedio a questa evidente discrepanza affermando che, quando parla di aghi nella sua autobiografia, Sir Bradley si riferisce a iniezioni endovenose, tipiche di chi si dopa, e non intramuscolari, come quelle di triamcinolone da lui fatte nel 2011, 2012 e 2013.

DOTTORE – L’altro problema di Wiggins risponde al nome di Geert Leinders, dottore squalificato a vita l’anno passato per il suo coinvolgimento nello scandalo che ha travolto il team olandese Rabobank, di cui è stato medico tra il 2001 e il 2009. Leinders, infatti, è stato consulente del Team Sky, quello di Wiggins e Froome, tra il 2011 e il 2012, cioè proprio negli anni della definitiva esplosione del 5 volte campione olimpico. Anche in questo caso, Wiggins respinge le accuse e i sospetti: «Brad non ha rapporti diretti con Geert Leinders – afferma ancora il suo portavoce -. Leinders è stato il medico di gara del Team Sky per un breve periodo (in realtà, come visto, per due anni, ndr) e non ha avuto nulla a che fare con i tue di Brad».

AREA GRIGIA – Come recita il titolo di un recente articolo di David Walsh, il giornalista del “Sunday Times” che più di ogni altro ha lottato per smascherare le bugie di Armstrong e che per un periodo ha vissuto con i ciclisti del Team Sky nell’ambito di un’operazione trasparenza promossa dal presidente Dave Brailsford,”It looks bad, Brad!”. «Il team che voleva essere visto come più bianco del bianco – scrive Walsh a proposito del Team Sky – ha operato in un’area grigia. Quello che hanno fatto era legale, ma non era giusto».

DIBATTITO – Tutta questa vicenda, per quanto squallida, un merito l’ha avuto: aprire il dibattito sull’uso o, meglio, sull’abuso, delle esenzioni per scopi terapeutici. La ratio che ha portato all’adozione dei tue è chiara e condivisibile: permettere ad atleti con condizioni mediche particolari, tipo l’asma, di gareggiare alla pari con gli altri. Come sempre, però, fatta la legge, trovato l’inganno. «Con le regole attuali – dice al “Guardian il dottor John Dickinson dell’Università del Kent – esiste una zona grigia che permette ad alcuni atleti di doparsi in maniera legale. Non ci sono prove, ma in teoria le regole permettono che ciò accada». Ora che il vaso di Pandora è stato scoperchiato, è comunque difficile pensare che tutto rimanga come prima.

Doping, la Gran Bretagna nel mirino degli hacker
Foto di apertura di Richard Masoner

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