Harry Redknapp

Inchiesta “Telegraph”, adesso tocca a Redknapp

LONDRA – Nuovo giorno, nuovo scandalo per il calcio inglese. L’inchiesta del “Telegraph” sulla corruzione nel football, che è già costata il lavoro al ct della nazionale Sam Allardyce e al vice allenatore del Barnsley Tommy Wright (oltre a mettere in grande imbarazzo il tecnico del Queens Park Rangers Jimmy Floyd Hasselbaink), adesso coinvolge un pezzo da novanta come Harry Redknapp.

IMBOSCATA – Come tutti gli altri personaggi messi in mezzo dal “Telegraph” prima di lui, anche l’ex allenatore di Tottenham Hotspur, Portsmouth, Southampton e West Ham si è lasciato andare a dichiarazioni compromettenti nel corso di un pranzo in un esclusivo club di Mayfair con due reporter che si sono finti rappresentanti di una compagnia dell’estremo Oriente desiderosa di entrare nel ricco mondo del calcio inglese. A cadere nel tranello, insieme con lui, due procuratori, Dax Price e Pino Pagliara, convinti di poter diventare consulenti della finta compagnia.

SCOMMESSA – A mettere nei guai Redknapp, l’ammissione di essere stato al corrente del fatto che i suoi giocatori avevano scommesso su una loro partita, pratica vietatissima dalla Football Association. Redknapp in teoria avrebbe dovuto denunciare l’accaduto immediatamente dopo esserne venuto a conoscenza. Invece, rimase in silenzio. La colpa del tecnico sarebbe appunto la mancata denuncia perché non c’è nessuna prova che sapesse in anticipo che i suoi giocatori (e, se è per questo, quelli della squadra avversaria) avessero scommesso sul match. Contattato dal “Telegraph” a questo proposito, Redknapp si è difeso dicendo che all’epoca dei fatti la denuncia non era obbligatoria. Per ragioni legali, il giornale non nomina né i team né tanto meno i giocatori coinvolti. Ma tutto il materiale è in mano alla FA e nella vicenda potrebbero esserci sciluppi.

PRATICA – Redknapp se l’è invece cavata quando si è discusso di argomenti delicati come la third party ownership, cioè quando il cartellino di un giocatore è detenuto non da un club, ma da un’entità esterna. Una pratica vietata dalla FA dal 2008 dopo il caso Carlos Tevez-West Ham. Nel colloquio coi finti uomini d’affari, Redknapp si limita a dire di non comprendere il divieto della FA, perché la third party ownership è a suo avviso un modo per permettere a piccoli club di arrivare a giocatori che altrimenti non si potrebbero permettere.

INVESTIMENTI – In realtà, nel filmato pubblicato dal “Telegraph” c’è un passaggio poco chiaro, con Redknapp che sembra alludere alla possibilità di investire i suoi soldi nel cartellino di qualche giocatore, il che ricadrebbe appunto nell’ambito della pratica vietata dalla FA. Ma non è chiarissimo che cosa intenda in realtà. Interpellato dal “Telegraph”, Redknapp nega decisamente di aver voluto fare qualcosa di illegale. E, in effetti, in un’altra parte del colloquio con i finti uomini d’affari, l’ex tecnico del Tottenham suggerisce di evitare pratiche pericolose come appunto la third party ownership.

IN NERO – Rednkapp non è nuovo alle controversie. Personaggio dal carattere non facile, è bravissimo a crearsi nemici. Famosa una sua intervista ai tempi del Tottenham in cui mandò letteralmente a fare in culo un giornalista. Quando era al Portsmouth, inoltre, è finito nei guai per presunti pagamenti in nero da parte del presidente Milan Mandaric. Una vicenda da cui è uscito pulito ma che ha comunque messo in luce su pratiche eticamente non proprio irreprensibili da parte sua. Su ogni trasferimento, Redknapp prendeva infatti il 10% quando era direttore sportivo e il 5% una volta diventato manager. Una vicenda che ha portato la stampa ad affibbiargli il nomignolo di “Dirty Harry”.

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Foto apertura di Niall Kennedy

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