May: «Entro marzo invocheremo l’Articolo 50»

LONDRA – La Gran Bretagna invocherà l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, dando il via ai negoziati per l’uscita dall’Unione Europea, entro la fine di marzo dell’anno prossimo. È l’annuncio che il primo ministro Theresa May fa poco prima della conferenza annuale del partito conservatore, che comincerà oggi a Birmingham. Una novità importante, perché per la prima volta il governo fornisce una tempistica sulla Brexit. Se la May dovesse mantenere la promessa e le trattative dovessero andare secondo i tempi previsti, l’addio definitivo del Regno Unito alla UE potrebbe avvenire entro la primavera 2019.

SUPREMAZIA – Altra importante promessa dell’esecutivo è quella di abolire l’European Communities Act del 1972, cioè la legge con cui il Regno Unito 44 anni fa accettò la supremazia della legislazione UE rispetto a quella nazionale. Il ministro per la Brexit, David Davis, dichiara che tutta la legislazione comunitaria entrerà nell’ordinamento britannico, dopodiché Camera dei Comuni e Camera dei Lord decideranno che cosa tenere, che cosa modificare e che cosa eliminare.

DIVISIONI – Sull’Europa, i Tories non sono mai stati così divisi. Un’area del partito – quella che fa capo a Boris Johnson, Liam Fox, Ian Duncan Smith e lo stesso Davis – è per l’opzione che qui definiscono “hard Brexit”: infischiarsene dell’articolo 50, presentare il prima possibile le proposte e le richieste britanniche alle autorità UE e, se queste non dovessero essere accettate immediatamente, abbandonare il tavolo dei negoziati. Dal governo provano a frenare, assicurando l’intenzione di seguire il percorso stabilito dal Trattato di Lisbona. Ma al fronte degli euroscettici al cubo questo approccio non va bene: «Dobbiamo essere consapevoli che l’articolo 50, per come è stato pensato, potrebbe legarci le mani – dice ad esempio Bernard Jenkin, da sempre fautore di un addio senza se e senza ma alla UE -. Perciò dobbiamo prepararci a uscire senza accordi formali, se necessario, o la commissione ci metterà con le spalle al muro».

TRADIMENTO – L’ottimismo dei brexiters duri e puri viene però smorzato da conservatori che si sono battuti per rimanere nella UE, come Ken Clarke. Il quale avverte che il processo per staccarsi dal Vecchio Continente potrebbe prendere fino a 8 anni. La May, aggiunge Clarke, deve prepararsi a essere una delle persone più odiate nel paese, perché «qualsiasi accordo dovesse venire fuori, sarà denunciato dalla fazione dei Brexiteers come un tradimento».

TEA PARTY – Ancora più dura la posizione di un altro ex ministro conservatore come Nicky Morgan. La vittoria nel referendum, è il suo ragionamento, non solo ha dato la stura a un rigurgito di fanatismo e intolleranza nella classe politica e nel paese, ma fa correre ai Tories un rischio tremendo: «Guardate che cosa è successo ai Repubblicani moderati in America per non aver difeso le loro posizioni contro la svolta a destra promossa dal Tea Party. Alla fine si sono ritrovati con Donald Trump come candidato».

ELEZIONI – Per la May, dunque, la strada è davvero stretta. Quale che sia l’opzione scelta dal primo ministro, Brexit hard o soft, un’area del partito le si rivolterà contro. La May potrebbe essere tentata di indire elezioni anticipate il prossimo anno per ottenere la legittimazione che le manca non essendo il suo governo passato per un voto. I sondaggi le danno ragione. I Tories in questo momento sono al 38%, con i laburisti di Jeremy Corbyn al 31%, gli indipendisti dell’UKIP al 16% e I Liberal Democratici al 5%. La diretta interessata nega. Ma se la May dovesse accorgersi dell’impossibilità di andare avanti con un partito così diviso, la tentazione potrebbe diventare troppo forte.

Nell’immagine, Theresa May (foto Conservatives)

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