La City di Londra

FMI: «UK bene nel 2016, ma l’economia frenerà»

LONDRA – La Gran Bretagna non si presenterà ai negoziati con l’Unione Europea nelle vesti di mendicante, ma si siederà al tavolo delle trattative da una posizione di forza. A dirlo è Theresa May, che torna sull’argomento Brexit due giorni dopo aver deliziato gli euroscettici del suo partito (e del paese) con l’annuncio che il suo governo sarebbe disposto a rinunciare all’accesso al mercato comune se questo fosse l’unico modo per tornare a controllare i confini.

Un annuncio che ha spaventato i mercati, tanto che oggi la sterlina è scesa al minimo sul dollaro da 31 anni a questa parte. Ma i Brexiters sono stati subito rincuorati da altri numeri. Il primo riguarda la crescita nel settore delle costruzioni, che è tornato ai livelli pre-referendum.

Ma è tutta l’economia britannica a essere molto più in salute di quanto ci si attendesse. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), che aveva previsto una brusca frenata dopo il voto sull’uscita dalla UE, ha dovuto ammettere oggi di essere stato troppo pessimista. Il Regno Unito è infatti il paese che ha avuto la prestazione migliore in questo 2016 tra quelli del G7.

L’FMI avverte però che la frenata ci sarà sicuramente nel 2017 e che da una crescita dell’1,8% si passerà all’1,1%. Ma solo a patto che i negoziati con la UE procedano senza intoppi. In caso contrario, la stima potrebbe essere rivista al ribasso. Inoltre, avverte l’FMI, con la svalutazione della sterlina che non sembra destinata a fermarsi presto, l’inflazione salirà decisamente, passando dallo 0,7% di quest’anno al 2,5% nel 2017.

Ovviamente, agli euroscettici le previsioni negative sul medio termine interessano poco. I dati positivi per il 2016 bastano e avanzano a dar loro lo spunto per indirizzare altri insulti ai “profeti di sventura” che continuano a disegnare un futuro fosco per la Gran Bretagna e per lanciare un avvertimento al mondo della finanza: le imprese della City non si aspettino un trattamento di favore al momento dei negoziati con la UE.

Fonti governative contattate da Bloomberg fanno sapere che l’esecutivo presieduto dalla May non farà nulla per aiutare le grandi banche se la Gran Bretagna dovesse perdere il diritto di vendere servizi finanziari sul continente, come è probabile che succeda in caso di uscita dal mercato comune. Non solo, perché il governo si rifiuterebbe anche di trattare con la UE un accordo a interim per favorire un’uscita morbida alle imprese finanziarie.

Se le fonti governative di cui sopra preferiscono mantenere l’anonimato, c’è invece chi non ha paura di uscire allo scoperto su questo punto. «Data la risolutezza del nuovo primo ministro – dice ad esempio Steve Baker, deputato conservatore e membro della Commissione finanze – la City farebbe un grave errore di giudizio se non dovesse accettare la nuova realtà politica. Per lungo tempo, la City è sembrata di godere uno status privilegiato e Londra ha finito per diventare una sorta di città-stato, separata dal resto della nazione. In realtà, dobbiamo andare avanti come un Regno Unito e questo significa cambiamento».

Il fatto che i servizi finanziari rappresentino il 12% del PIL e diano occupazione a 1,1 milioni di persone non pare interessare alla May. Che non si fa spaventare nemmeno dalla possibilità che molte banche oggi stanziate a Londra decidano di emigrare in Europa (Parigi, Francoforte e Dublino), come hanno già minacciato di fare giganti come JP Morgan e UBS. L’idea diffusa nel governo è che si tratti di minacce vuote e che i colossi della City si lamentino solo perché i pezzi grossi hanno paura di perdere i loro bonus con la Brexit.

Ma, soprattutto, May e soci sono convinti che dai negoziati con l’Unione Europea la Gran Bretagna uscirà con notevoli guadagni. «Non andremo a trattare nelle vesti di mendicanti – dice la Premier -. Voglio che la relazione (con l’Europa) sia quella giusta per il Regno Unito e la migliore possibile in termini di commercio con la UE. Voglio che le imprese britanniche siano in grado di commerciare con la UE e operare dentro la UE, e che lo stesso valga per le imprese UE qui da noi. Le imprese sanno che non sarà una traversata facile e che ci saranno scossoni lungo la via e vogliono certezze sul futuro il prima possibile».

Foto Barnyz

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