Jeremy Corbyn

Labour, è di nuovo scontro Corbyn-deputati

LONDRA – È durata pochissimo la tregua nel partito laburista. Il tempo per Jeremy Corbyn di riaffermare il suo controllo sul partito grazie alla plebiscitaria vittoria nello scontro per la leadership con Owen Smith e la minoranza centrista è di nuovo in subbuglio.

QUESTIONI – Tre sono le questioni sul tavolo. La presunta mancanza di chiarezza sulla posizione del Labour rispetto alla Brexit, innanzitutto. Le ambiguità di Corbyn in politica estera, specialmente per quanto riguarda le azioni della Russa in Siria, in secondo luogo. E, più di ogni altra cosa, gli impietosi sondaggi che danno i conservatori in vantaggio di 17 punti.

OSTILITÀ – Il problema per Corbyn, fin dall’inizio, è stato che la maggioranza dei parlamentari è espressione dell’anima centrista del partito e gli è di conseguenza ostile. Da Westminster è partito il fallito attacco estivo alla sua leadership e da Westminster continuano ad arrivare guai. Ieri Corbyn ha incontrato i parlamentari per la prima volta dal giorno della sua rielezione e non sono mancati gli attacchi al suo indirizzo.

UNITÀ – Primo motivo del contendere, la sostituzione della capogruppo Rosie Winterton, considerata una rappresentante dell’opposizione interna, con un fedelissimo come Nick Brown. Una decisione che a molti deputati è sembrata in netto contrasto con la volontà più volte espressa da Corbyn di voler lavorare in vista dell’unità del partito. Cominciare quest’opera riunificatrice con un licenziamento è parso una contraddizione in termini.

IMMIGRAZIONE – C’è poi la questione Brexit. In questi giorni il partito è andato in ordine sparso. Il nuovo ministro ombra per le trattative con la UE, Keir Starmer, ha affermato che bisogna abbassare i numeri dell’immigrazione, mentre la ministra ombra dell’Interno, Diane Abbott, dice il contrario. I deputati chiedono al leader una linea politica precisa in modo da non sembrare un’Armata Brancaleone dove ognuno può dire quello che gli passa per la testa su una questione di questa importanza. Soprattutto quando dall’altra parte i Tories sull’argomento si sono spostati su posizioni quasi più estreme di quelle dell’UKIP.

ATTACCO – Altro elemento di discordia, come detto, le ambiguità di Corbyn in politica estera. Parlando dell’attacco al convoglio dell’ONU in Siria che ha provocato parecchi morti tra i civili, il leader del Labour ha parlato di “presunte” responsabilità russe nonostante le prove sembrino indicare chiaramente che la colpa sia proprio dei soldati di Vladimir Putin.

APPARENZE – «È davvero preoccupante che Jeremy non abbia la volontà di riconoscere il ruolo che la Russia di Putin sta giocando in Siria» dice a questo proposito la deputata Angela Smith. Secondo un portavoce di Corbyn, però, si tratta di un’accusa senza fondamento. «Corbyn non ha mai usato il termine “apparent” (presunto, ndr), ha sempre condannato tutte le atrocità, anche quelle russe e si oppone a qualsiasi intervento internazionale».

NUMERI – Ci sono poi i numeri che, impietosi, dicono che, se si andasse a votare in questo momento, Theresa May e soci vincerebbero in carrozza con il 43% dei voti contro il 26% dei laburisti. È il punto più basso nei sondaggi per il Labour da 8 anni a questa parte, quando a capo del partito c’era Gordon Brown.

COLPE – Controllare un partito in parte ostile è già difficile in condizioni normali. Con numeri del genere diventa impresa ai limiti dell’impossibile. Anche se Corbyn ha buon gioco nel rovesciare le colpe sui suoi avversari interni, affermando che il crollo nei sondaggi è dovuto non a carenze della leadership ma alle divisioni interne che sono venute allo scoperto in tutta la loro violenza questa estate dopo il referendum sulla Brexit. Corbyn e i corbinisti, in ogni caso, si dicono certi di poter recuperare il gap con i Tories. Con un distacco del genere, però, serve un suicidio politico da parte dei conservatori. O un miracolo…

Foto Garry Knight

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