Il premier britannico Theresa May

Rivolta Parlamento, May costretta al dietrofront

LONDRA – Fallisce miseramente la sfida lanciata da Theresa May al Parlamento. La Premier britannica si vede costretta a un imbarazzante dietrofront per evitare un voto di sfiducia che avrebbe messo a serio rischio la sopravvivenza del suo governo. Motivo del contendere, tanto per cambiare, la Brexit.

RICHIESTA – Negli ultimi giorni deputati di vari colori, compresi parecchi Tories, avevano chiesto un maggior coinvolgimento del Parlamento nelle decisioni riguardanti l’uscita dalla UE prima dell’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che darà il via ai negoziati. Una domanda cui il governo aveva finora risposto picche, ribadendo il proprio mandato esclusivo sulla questione e arrivando ad accusare i deputati in questione di voler sovvertire la volontà espressa dal popolo britannico nel referendum del 23 giugno scorso.

VOLONTÀ – Forse perché esaltata dal personale trionfo alla conferenza del Partito Conservatore, dai sondaggi in crescita e dal disordine in cui continua a versare il Partito Laburista, la May deve aver pensato che imporre la sua volontà a Westminster fosse compito facile facile. Ha scoperto in fretta di essersi sbagliata di grosso. Con una maggioranza di appena 17 voti, il rischio di capitomboli è sempre dietro l’angolo, soprattutto su questioni che dividono i partiti al loro interno come la Brexit.

DIETROFRONT – È accaduto così che dal battagliero atteggiamento del ministro per l’uscita dalla UE, David Davis, che ieri ha respinto con toni ai limiti dell’arroganza tutte le richieste della Camera dei Comuni, si è passati oggi alla capitolazione dell’esecutivo, che si è visto costretto ad accogliere una mozione del partito laburista che garantisce che il Parlamento abbia voce in capitolo nella preparazione di un piano d’azione con cui presentarsi al tavolo delle trattative con la UE.

DIBATTITO – La May ha promesso la concessione di un pieno e trasparente dibattito prima dell’attivazione dell’articolo 50. Ha però ottenuto di inserire delle modifiche. Su tutte, l’assicurazione che Westminster non avrà diritto a un voto di ratifica quando sarà raggiunto un accordo con la UE e che il parlamento non potrà in alcun modo compromettere la posizione del governo.

CAPITOLAZIONE – La capitolazione della May arriva dopo un paio di giorni di grande confusione. L’iniziale rifiuto del governo di coinvolgere il Parlamento era stato accolto da un fuoco di fila di critiche da tutte le direzioni. L’inquilina di Downing Street si è vista accusare di tirannia e di mancanza di rispetto per la democrazia. E a far più male alla May è stato probabilmente il fatto che alcuni dei critici più feroci sono esponenti del suo partito.

SOVRANITÀ – Tra questi un euroscettico come Sam Phillips, che è giunto fino a definire l’atteggiamento dell’esecutivo «non democratico, incostituzionale e lesivo dei diritti e delle prerogative» del Parlamento: «Io e molti altri non abbiamo votato nel referendum per restituire sovranità a questo Parlamento solo per vedere quella che consideravamo la tirannia dell’Unione Europea rimpiazzata da quella di un governo che sembra voler ignorare le opinioni di questa Camera sulla questione più importante che la nazione deve affrontare».

ARROGANZA – Ci è andato giù pesante anche l’ex leader dei liberal-democratici, Nick Clegg: «Sulla base di quale principio costituzionale il primo ministro pensa di potersi arrogare il diritto di interpretare che cosa la Brexit significhi e imporre la sua interpretazione a tutta la nazione invece di proteggre il legittimo ruolo di scrutinio e di controllo di questa Camera?».

SCONFITTA – Come detto, inizialmente la May ha pensato di poter ignorare la mozione laburista. Salvo fare una precipitosa marcia indietro quando si è resa conto che molti dei suoi compagni di partito erano pronti a votare contro il governo. Per il primo ministro si tratta della prima vera sconfitta da quando ha preso la guida del Partito Conservatore e del paese.

Foto Conservatives

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