Hate Crimes

“Hate crimes” aumentati del 41% dopo il referendum

LONDRA – Quando a dare il cattivo esempio sono i generali, non ci si può stupire se l’intendenza segue. È esattamente quanto sta succedendo con la Brexit. I sostenitori dell’addio all’Unione Europea hanno condotto una campagna referendaria basata nel migliore dei casi su mezze verità, spesso su esagerazioni, quasi sempre su pure e semplici bugie. Soprattutto in tema di immigrazione. E ora che dall’albero dell’odio piantato da Nigel Farage e soci (con la complicità di opportunisti come Boris Johnson e Michael Gove) cominciano a cadere frutti avvelenati, in tanti fanno finta di stupirsi.

AUMENTO – I cosiddetti “hate crimes”, cioè i reati a sfondo razziale o religioso, sono aumentati del 41% dal 23 giugno scorso, il giorno in cui il popolo britannico ha deciso di mostrare il dito medio alla UE. Nel luglio 2015 i crimini di questo tipo erano stati 3886, nel luglio di quest’anno sono diventati 5468. Non è la prima volta che si parla di un incremento in questo senso, ma finora gli euroscettici se l’erano cavata dicendo che non si trattava di dati ufficiali e che era solo un altro trucco per mettere in cattiva luce la Brexit. Questa volta, però, sarà difficile far finta di niente, perché si tratta di statistiche ufficiali del Ministero dell’Interno. I dati della polizia mostrano come nelle due settimane precedenti il voto, gli hate crimes sono stati 1546. Nelle due settimane successive il numero è salito di 695 unità, arrivando a 2241. Il picco c’è stato nei 7 giorni dopo il referendum, con un aumento del 58% rispetto all’anno precedente.

VITTIME – Il giorno peggiore è stato il 1° luglio, con ben 207 attacchi denunciati. Si va dagli assalti agli incendi dolosi passando per insulti e lancio di escrementi. A finire nel mirino sono stati soprattutti gli immigrati dall’Europa orientale. Un cittadino polacco, il 40enne Arek Jóźwik, è stato ammazzatto ad Harlow. Un altro, il 21enne Bartosz Milewski, ha rischiato di fare la stessa fine a Telford dopo essere stato colpito al collo con una bottiglia rotta. In entrambi i casi, la “colpa” delle vittime è stata quella di parlare la loro lingua in pubblico. Dopo la morte di Jóźwik, la tensione ad Harlow è salita a tal punto che la polizia locale ha chiesto l’intervento di alcuni colleghi dalla Polonia per rassicurare la larga comunità originaria di quel paese. Per l’uccisione di Jóźwik, avvenuta fuori da un take away il 27 agosto, rimane in stato di fermo un 15enne. A finire vittima di un probabile attacco a sfondo razziale è stato anche un cittadino ceco, il 31enne Zdenek Makar, il 21 settembre nel quartiere londinese di Poplar. Un episodio che ha indotto il primo ministro della Repubblica Ceca a protestare con la sua omologa britannica Theresa May.

PIANO – Il ministro dell’Interno Amber Rudd ha annunciato un piano per ridurre gli hate crimes, favorire le denunce e migliorare il supporto alle vittime. Il problema è che la bestia razzista è scappata dalla gabbia dopo il referendum e sembra trovarsi perfettamente a suo agio nell’atmosfera del Regno Unito post Brexit. Rimetterla dentro sarà tutt’altro che facile. Anche perché le persone demandate a farlo sono le stesse che, con le loro dichiarazioni, quell’atmosfera hanno contribuito a crearla. A partire proprio dalla Rudd, che solo una settimana fa è arrivata a chiedere una schedatura delle aziende che impiegano in maggioranza lavoratori stranieri.

Foto di Mickey

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