Barry Bennell

Barry Bennell, il pedofilo della porta accanto

LONDRA – Viso simpatico. Sguardo triste, che ispira fiducia. A guardare la sua foto, uno pensa che Barry Bennell sia una brava persona. Peccato che quella foto sia stata scattata dalla polizia. E che, per sua stessa ammissione, Bennell sia una belva feroce, il mostro che vive negli incubi di ogni genitore. Quello cui affidi i tuoi figli perché li protegga, li aiuti a crescere e a migliorare. Quello che, invece, i tuoi figli li rovina per sempre, trattandoli come oggetti su cui sfogare le sue perversioni, e poi li butta quando hanno superato la data di scadenza. Barry Bennell è un pedofilo, uno che secondo la polizia della Florida «ha un insaziabile appetito» per i minori, e ha sulla coscienza decine di vite spezzate. La cifra esatta non si saprà mai, ma il fatto che per oltre 20 anni, in qualità di allenatore delle giovanili di Manchester City, Stoke City, Leeds United e Crewe Alexandra, abbia avuto totale controllo su migliaia di ragazzini fa temere il peggio.

Quando era a sua volta ragazzino, Bennell è stato allievo di un altro allenatore-mostro, Eddie Heath, al Chelsea. Non è provato che ci siano stati abusi ai suoi danni, ma certo la coincidenza è inquietante, perché tra questi due predatori c’è stata una sorta di passaggio di consegne: Heath attivo fino alla sua caduta in disgrazia a fine anni ’70, Bennell a partire da inizio anni ’80. la differenza è che Heath è morto prima di essere portato davanti alla giustizia, Bennell si è già fatto 15 anni di galera e sembra destinato a rimanere dentro ancora a lungo.

Una prima condanna a 4 anni nel 1994, in Florida, per lo stupro di un 13enne nel corso di un tour promozionale in America. La seconda a 9 anni nel 1998 per 23 casi di abusi sessuali ai danni di ragazzi tra i 9 e i 15 anni negli anni ’80. Nel maggio dell’anno scorso, infine, per Bennell, che nel frattempo ha cambiato nome in Richard Jones, arriva l’ultima sentenza a due anni per abusi su un minore nel 1980.

Ma i suoi guai giudiziari sono tutt’altro che finiti, perché in questi giorni, dopo la coraggiosa denuncia di Andy Woodward, una delle sue vittime, tanti suoi ex allievi si stanno facendo avanti per raccontare le atrocità da lui commesse. Il primo a denunciarlo, in realtà, è stato Ian Ackley più di 20 anni fa in un documentario andato in onda su Channel 4. Ma all’epoca il mondo del calcio fece finta di nulla e bollò la vicenda come un unicum irripetibile, perdendo così la grande occasione di affrontare il problema pedofilia. C’è voluta la testimonianza di Woodward perché lo scandalo esplodesse in tutta la sua violenza, mettendo in grande imbarazzo la Football Association e parecchi club di prima importanza.

I racconti delle sue vittime sono agghiaccianti. Spicca su tutti quello di Woodward. Non solo per 4 anni è stato uno dei “giocattoli” preferiti di Bennell, ma ha anche visto il suo aguzzino sposare sua sorella senza trovare il coraggio e la forza per impedirlo tale era lo stato di sudditanza psicologica in cui gli abusi subìti lo avevano ridotto. Tra gli accusatori di Bennell anche altri ex giocatori come Steve Walters («Ci ha fatto vivere l’inferno»), Chris Unsworth («Avevo 9 anni, non capivo che cosa stesse succedendo, ma sapevo che volevo giocare a calcio e pensavo fosse una cosa attraverso cui dovevo passare»), Jason Dunford («Savile è un chierichetto paragonato a Bennell. Era ed è ancora un uomo molto pericoloso»), Anthony Hughes («È una bestia ed è vitale che la verità venga fuori») e l’ex promessa del Manchester United Matthew Monaghan («Ancora oggi non riesco a dormire vicino a un muro. Ci deve essere sempre una via di fuga»). Tutti concordano su un aspetto: la cultura machista che imperava e ancora impera nel calcio li ha indotti a restare in silenzio per decenni. Ma ora che hanno confessato in pubblico, sentono finalmente di avere conquistato un po’ di pace dopo anni di inferno.

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