Jeremy Corbyn

Brexit, il Labour rischia una nuova figuraccia

Come ogni partito di sinistra che si rispetti, anche il Labour sembra votato all’autodistruzione. La crisi va avanti da anni, ma sta raggiungendo l’apice da quando Jeremy Corbyn è salito in cabina di regia. È vero che il tasso di litigiosità interna è diminuito notevolmente rispetto all’estate scorsa, quando una scissione sembrava imminente. Ed è vero che dopo la netta sconfitta di Owen Smith, che aveva sfidato Corbyn per la leadership, l’ala centrista (o blairiana) ha abbassato la testa. Tra tutti i partiti presenti in Parlamento, però, il Labour è quello che più sta sentendo i contraccolpi della Brexit. Se il governo si fosse visto riconosciuto il diritto di gestire i negoziati con l’Unione Europea in piena autonomia, come la Premier Theresa May sperava insieme con tutta la sua corte di euroscettici più o meno fanatici, il Labour avrebbe potuto vivere di rendita, non dovendo assumersi nessuna responsabilità diretta nelle trattative e potendo approfittare delle eventuali (e probabili) ricadute negative dell’uscita dalla UE per guadagnare punti in vista delle prossime elezione politiche.

Purtroppo per Corbyn e soci, ieri è arrivata la sentenza della Suprema Corte di Giustizia, che ha ribadito quanto stabilito a novembre dall’Alta Corte: nel sistema britannico la sovranità risiede nel Parlamento e spetta dunque a quest’ultimo e non al governo decidere se chiedere alla UE l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona. E il Labour si è ritrovato quasi immediatamente in pieno caos.

La posizione ufficiale del partito, ribadita da Corbyn, è di non opporsi alla volontà espressa dal popolo in sede referendaria e dunque votare a favore dell’attivazione dell’articolo 50. Certo, con alcuni caveat, come si evince dal comunicato ufficiale del leader laburista: «Cercheremo di emendare il progetto di legge (che sarà presentato nei prossimi giorni dal governo, ndr) per evitare che i conservatori usino la Brexit per trasformare la Gran Bretagna in un paradiso fiscale di infimo ordine alle porte dell’Europa. Vogliamo che il governo presenti un piano di cui si prenda la responsabilità davanti al Parlamento e chiediamo che al Parlamento stesso sia concesso un voto sull’accordo finale con la UE». Il problema è che la May e i suoi ministri hanno già fatto capire che nessuna di queste richieste sarà accolta. Come annunciato dal ministro per la Brexit David Davis, alla Camera dei Comuni e alla Camera dei Lord sarà presentato un progetto di legge di poche righe su cui le opposizioni non avranno praticamente potere di intervento.

Se così andrà, come sembra probabile, per i laburisti sarà l’inferno. È vero che la maggioranza dei deputati, che viene da aree che si sono espresse a favore dell’addio all’Europa, non ha molto da temere da un sì alla Brexit. Esiste però una cospicua minoranza che, al contrario, viene da aree che hanno optato a grandissima maggioranza per rimanere nella UE: votare a favore della Brexit equivarrebbe a un suicidio politico. E infatti circa 60 deputati, tra cui il citato Owen Smith e anche alcuni membri del governo ombra – Clive Lewis, Catherine West e Tulip Siddiq – hanno già annunciato il loro no, quale che sia l’indicazione del partito. «Ho raggiunto la decisione – dice Smith – che qualsiasi sia l’impatto sulla mia carriera, per quanto difficile possa essere nuotare contro la corrente della Brexit, non posso, in tutta coscienza, rimanere in sienzio e accettare un corso d’azione che io credo renderà il nostro popolo più povero». Dovesse imporre un voto a favore della Brexit per tenere fede alla sua promessa di non opporsi alla volontà popolare, Corbyn si troverebbe ad affrontare una ribellione interna. Dovesse lasciare libertà di coscienza, si presterebbe agli attacchi degli euroscettici, che lo accuserebbero di essere un leader incapace di mantenere gli impegni. In ogni caso, il Labour rischia l’ennesima figuraccia.

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